Nell’epoca dei social network, pubblicare foto, video e contenuti sulla propria attività quotidiana può avere conseguenze anche in tribunale.
Lo dimostra una recente decisione della Corte di Cassazione che ha confermato la condanna di un padre che si dichiarava disoccupato e incapace di mantenere il figlio, nonostante dai suoi profili social emergessero attività lavorative mai dichiarate al Fisco.

La sentenza n. 15018 del 27 aprile 2026 ribadisce un principio importante: la semplice assenza di un lavoro regolarmente registrato non basta a dimostrare l’impossibilità di versare l’assegno di mantenimento. I giudici devono valutare la reale capacità economica del genitore e, per farlo, possono utilizzare anche i contenuti pubblicati online.
Il caso: padre senza reddito ufficiale ma attivo sui social
La vicenda nasce a Torino, dove un uomo era stato obbligato dal Tribunale civile a versare 250 euro al mese per il mantenimento del figlio minorenne, oltre a contribuire alle spese straordinarie.
Nonostante il provvedimento, il padre non aveva mai effettuato i pagamenti previsti. Nel procedimento penale aveva sostenuto di non essere economicamente in grado di adempiere all’obbligo, evidenziando di aver dichiarato negli anni 2020 e 2021 un reddito complessivo di poco superiore ai 4.000 euro derivante da lavori stagionali.
Secondo la sua difesa, le informazioni relative ad altre attività lavorative sarebbero state soltanto indiscrezioni prive di valore probatorio.
Le pubblicazioni online hanno raccontato una realtà diversa
Le indagini hanno però evidenziato un quadro differente. Attraverso l’analisi dei profili social dell’uomo sono emersi contenuti che documentavano attività professionali svolte come fotografo durante eventi e come istruttore in palestra.
Attività che, secondo quanto accertato, non risultavano ufficialmente dichiarate ma che dimostravano comunque la presenza di fonti di reddito.
Per la Cassazione non si trattava di semplici voci o supposizioni, bensì di elementi concreti e verificabili, raccolti nel corso delle indagini e utilizzabili per valutare la reale situazione economica dell’imputato.
La Cassazione: la disoccupazione formale non basta
Nella decisione, i giudici hanno ricordato che per evitare una condanna per omesso mantenimento non è sufficiente dimostrare di essere formalmente disoccupati.
L’incapacità economica deve essere assoluta e derivare da una situazione oggettiva, persistente e non imputabile alla volontà dell’obbligato. In altre parole, il genitore deve provare di essere realmente impossibilitato a reperire risorse economiche.
La presenza di lavori svolti in nero o di attività che consentono comunque di ottenere guadagni può escludere questa condizione e far scattare la responsabilità penale.
L’obbligo di mantenimento vale anche per i figli nati fuori dal matrimonio
La Suprema Corte ha affrontato anche un altro aspetto rilevante: l’applicazione del reato di omesso mantenimento ai figli nati da genitori non sposati.
Secondo i giudici, l’obbligo di contribuire al mantenimento dei figli non dipende dall’esistenza di un matrimonio tra i genitori. Ciò che conta è la presenza di un provvedimento dell’autorità giudiziaria che stabilisca l’obbligo economico nei confronti del minore.
Di conseguenza, le tutele previste dall’articolo 570-bis del Codice Penale si applicano anche ai genitori che non hanno mai contratto matrimonio.
Non sapere del provvedimento non esonera dalle responsabilità
L’uomo aveva inoltre sostenuto di non aver mai ricevuto correttamente la comunicazione relativa all’obbligo di mantenimento.
Anche questa tesi è stata respinta. La Cassazione ha evidenziato che il padre era già stato coinvolto in precedenti procedimenti analoghi e che l’obbligo di mantenere i propri figli rappresenta un dovere fondamentale riconosciuto sia dall’ordinamento giuridico sia dai principi di solidarietà familiare.
Cosa cambia dopo questa sentenza
La decisione della Cassazione conferma un orientamento sempre più chiaro: i social network possono diventare una fonte di prova determinante nei procedimenti relativi al mantenimento dei figli.
Foto, video, collaborazioni professionali, promozioni di attività e contenuti pubblicati online possono essere utilizzati per verificare se una persona dispone realmente di risorse economiche superiori a quelle dichiarate.
Per chi tenta di sottrarsi agli obblighi verso i figli dichiarandosi privo di reddito, la presenza online potrebbe quindi trasformarsi in un elemento decisivo per accertare la verità dei fatti.